Quante volte abbiamo sentito dire: mia moglie lavora e, quindi, quando divorziamo non devo passarle nulla.
Ma siamo sicuri che sia proprio così?
Insomma, ci sono dei casi in cui rischiamo di dover versare un assegno divorzile se la moglie lavora?
Cerchiamo di scoprirlo insieme.
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Assegno di mantenimento e assegno divorzile: che differenza c’è?
Prima di dare una risposta alla domanda che ci siamo appena posti, è utile capire qual è la differenza tra l’assegno di mantenimento e quello divorzile.
Questo perché a seconda che si tratti del primo assegno o del secondo la risposta può essere diversa.
L’assegno di mantenimento viene corrisposto da un coniuge in favore dell’altro al momento della separazione [1].
Il suo scopo è quello di assicurare alla parte economicamente più debole di conservare lo stesso tenore di vita di cui godeva durante il matrimonio.
Facciamo un esempio per capire meglio.
Pensiamo a una coppia di sposi senza figli in cui la moglie guadagna 800 euro al mese con un lavoro part time nel negozio sotto casa, mentre il marito ne guadagna 2.900 con un impiego da dirigente in una grossa azienda.
I coniugi, dunque, possono contare su un’entrata mensile di 3.700 euro.
A questo punto il giudice, per garantire ad entrambi gli sposi di conservare lo stesso tenore di vita che avevano durante il matrimonio, potrebbe riconoscere alla moglie un assegno di mantenimento, ad esempio, di 800 euro.
Così la moglie avrebbe a disposizione ogni mese, per le sue necessità, la somma di 1.600 euro e il marito quella di 1.700 euro.
In questo modo entrambi possono continuare a fare la stessa vita che facevano nel corso del matrimonio.
Diverso, invece, è lo scopo dell’assegno divorzile.
Questo contributo economico, infatti, viene riconosciuto con la sentenza di divorzio solo al coniuge che non dispone di un reddito sufficiente per mantenersi da solo.
L’assegno divorzile: cosa dice la legge?
Nel 1970, a seguito dell’introduzione nel nostro Paese del divorzio, è stato previsto anche l’assegno divorzile [2].
Così un coniuge deve versare all’altro una somma mensile in tutti i casi in cui quest’ultimo non ha di che vivere.
Il diritto a percepire l’assegno rimane fino a quando:
- il coniuge beneficiario si risposa;
- chi lo deve pagare perde la vita.
Ricordiamo, infine, che l’assegno divorzile non viene riconosciuto automaticamente al coniuge privo di mezzi, ma solo nel caso in cui quest’ultimo ne faccia richiesta.
Come si calcola l’assegno divorzile?
Se pensiamo che esiste una formula matematica per il calcolo dell’assegno divorzile, ci sbagliamo di grosso.
In realtà non c’è nulla di certo e situazioni simili fra loro possono portare alla liquidazione di assegni di importo assai diverso.
Questo perché gli aspetti che il tribunale prende in considerazione sono molti e possono essere valutati differentemente da un giudice all’altro.
Vediamo, allora, quali sono gli elementi che il tribunale deve esaminare per determinare il contributo da versare al coniuge che non se la passa bene economicamente.
Ancora una volta è la Corte di cassazione a darci una mano dicendoci quali sono questi elementi e, in particolare:
- la durata del matrimonio;
- le condizioni economiche di ciascuna parte, che ricomprendono non solo il reddito da lavoro, ma anche i beni a loro intestati, le partecipazioni in società e così via;
- l’eventuale rinuncia alla carriera lavorativa fatta da un coniuge a beneficio della famiglia;
- il titolo di studio, la qualifica professionale e l’età di chi richiede l’assegno divorzile (questo serve per valutare la possibilità che il coniuge ha di reinserirsi nel mondo del lavoro);
- il tenore di vita di cui la coppia godeva durante il matrimonio.
L’assegno divorzile in un’unica soluzione.
In alternativa all’assegno mensile, la legge prevede la possibilità di liquidare il mantenimento in favore del coniuge in difficoltà economica in un’unica soluzione al momento del divorzio.
Basta che le parti si mettano d’accordo, poiché è necessario che il partner più bisognoso accetti la somma a lui offerta e rinunci all’assegno divorzile.
Questa soluzione libera il coniuge economicamente più forte da ogni obbligo nei confronti di quello più debole solo, però, se il tribunale la approva.
A volte questa soluzione non prevede neppure la consegna di una somma di denaro, ma il trasferimento della proprietà di un immobile.
Il coniuge bisognoso potrà, così, darlo in affitto in modo da assicurarsi un’entrata mensile sufficiente a soddisfare le proprie necessità.
Ricordiamo, però, che se rinunciamo all’assegno mensile rischiamo di perdere il diritto alla pensione di reversibilità e anche alla quota del tfr del coniuge.
Almeno, non saremo costretti a restituire neppure un centesimo della somma incassata se ci risposiamo, anche a distanza di pochi anni dal divorzio.
Assegno divorzile se la moglie lavora: le ultime novità.
Di recente è stata superata l’idea che l’assegno divorzile abbia solo lo scopo di assicurare una somma a favore del coniuge che non ha di che vivere.
Oggi, infatti, serve anche a riequilibrare la situazione fra gli ex, riconoscendo il contributo che la parte economicamente più debole ha dato alla creazione del patrimonio familiare e alla realizzazione professionale dell’altro coniuge.
Di conseguenza, anche se la moglie lavora e ha un reddito proprio, potrà ottenere un assegno divorzile dal marito (e viceversa).
Questo perché, ormai, l’assegno non serve solo ad assicurare un’autonomia economica alla parte più debole, ma anche a ripagare i sacrifici che quest’ultima ha fatto nel corso del matrimonio per curare la famiglia a vantaggio del partner e dei figli e a discapito della propria affermazione in ambito lavorativo.
Dunque, non si tratta più di garantire lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio, ma di riconoscere i meriti del coniuge debole che ha consentito al partner di affermarsi professionalmente, realizzando, attraverso il riconoscimento dell’assegno divorzile, una situazione di parità.
Ricordiamo, infine, che la moglie che lavora part time, anche se in sede di separazione aveva rinunciato all’assegno di mantenimento, ha comunque diritto a richiedere e ottenere l’assegno divorzile.
Secondo la cassazione, infatti, gli accordi intervenuti tra i coniugi quando si separano non possono mai limitare le decisioni che il tribunale prende in sede di divorzio [3].
Assegno divorzile se la moglie lavora: un caso interessante.
La Corte di cassazione, in una recente pronuncia, ha riconosciuto a una donna economicamente autosufficiente il diritto a ricevere l’assegno divorzile [4].
La donna durante il matrimonio, oltre a svolgere l’attività di insegnante con uno stipendio mensile di circa 1.500 euro, si era dedicata alla casa e alla cura della figlia, in tal modo consentendo al marito di realizzarsi professionalmente e di aumentare via via il proprio reddito.
Considerato il contributo che la stessa aveva dato nei 23 anni di vita in comune con il suo lavoro, anche domestico, all’accrescimento del patrimonio familiare e di quello personale del marito, i giudici hanno deciso di riconoscerle, comunque, un assegno divorzile.
Insomma, il fatto che la donna non aveva sacrificato la propria professionalità raggiungendo una autonomia economica non ha impedito alla stessa di ottenere dal marito un assegno, seppure ridotto (1.200 euro al mese!).
- Art.156 codice civile.
- Art.5 legge n.898 del 1° dicembre 1970.
- Cass. civ. n.28483 del 30 settembre 2022.
- Cass. civ. n.29195 del 20 ottobre 2021.






