Anche se non ne possiamo più, non è sempre facile trovare il sistema per chiudere un rapporto di lavoro.
Certo, basterebbe andarsene volontariamente, ma, si sa, le dimissioni non ci permettono di accedere alla naspi.
Infatti, la disoccupazione spetta solo a chi perde il lavoro involontariamente, ad esempio perché viene licenziato oppure è costretto a dimettersi a causa di una condotta molto grave del datore di lavoro.
Allora dobbiamo trovare un altro sistema per porre fine al rapporto di lavoro senza perdere la naspi.
L’assenza dal lavoro ingiustificata potrebbe essere il modo migliore per farsi licenziare assicurandoci l’assegno di disoccupazione.
Ma è proprio così?
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Assenza dal lavoro ingiustificata e licenziamento per giusta causa.
Quando il dipendente non si presenta al lavoro senza dare alcuna giustificazione può essere licenziato in tronco.
Infatti, quasi tutti i contratti collettivi prevedono che l’assenza dal lavoro ingiustificata, se si prolunga per un certo numero di giorni, costituisce giusta causa di licenziamento.
In questo caso, però, il datore di lavoro, pur licenziando il dipendente seguendo le regole del contratto collettivo, corre il rischio di subire una causa da parte del dipendente stesso.
Dovrà anche pagare all’Inps il c.d. contributo naspi tutte le volte in cui, con il licenziamento, consente al dipendente di andare in disoccupazione.
Questo contributo è pari a 557,92 euro per ogni anno di lavoro fino a un massimo di 3 anni.
Ad esempio, se il lavoratore ha un’anzianità pari o superiore a 36 mesi, l’azienda dovrà versare all’istituto previdenziale un contributo naspi di 1.673,76 euro e dovrà farlo anche se ha licenziato il lavoratore in tronco e cioè a causa di una grave violazione commessa da quest’ultimo.
Ricordiamo, però, che il datore di lavoro, anche a fronte di un’assenza dal lavoro ingiustificata che dura ormai da molti giorni non è obbligato a licenziare il dipendente.
In altre parole, il datore potrebbe tollerare l’assenza del lavoratore per molti giorni, settimane o, addirittura, per mesi senza dover necessariamente chiudere il rapporto di lavoro.
Così non sempre le assenze ingiustificate del dipendente portano al suo licenziamento, soprattutto quando il datore si rende conto che il lavoratore non si presenta in azienda volontariamente proprio perché vuole farsi licenziare.
Cosa fare allora quando il lavoratore se ne sta a casa dal lavoro e tuttavia non si dimette?
Assenza dal lavoro ingiustificata e pagamento della retribuzione.
Innanzitutto, se il dipendente non si presenta al lavoro, perde il diritto a ricevere la retribuzione.
È chiaro, infatti, che in un rapporto a prestazioni corrispettive, come è quello di lavoro, se una parte non esegue la propria prestazione (attività lavorativa), l’altra parte può astenersi dall’eseguire la sua (pagamento della retribuzione).
In questi casi, il lavoratore si considera sospeso dal lavoro e dalla retribuzione per tutto il periodo di assenza e fino a quando non decide di rientrare al lavoro.
Questa situazione, però, a lungo andare potrebbe danneggiare, anche gravemente, il dipendente, il quale, da un lato non riceve più un euro dal datore di lavoro, dall’altro, nulla percepisce neppure dall’Inps perché risulta ancora a carico del datore.
È evidente allora che l’unica via d’uscita utile per il dipendente è quella di essere licenziato per giusta causa e, quindi, andare in disoccupazione.
Ma abbiamo già detto che il datore di lavoro potrebbe decidere di non licenziare il dipendente per molto tempo e per diversi motivi.
Innanzitutto, per non pagare il contributo naspi, che potrebbe costargli fino a 1.673,76 euro.
In secondo luogo, se licenzia il lavoratore, quest’ultimo, come già detto, potrebbe avviare una causa nei confronti dell’azienda per impugnare il licenziamento e chiedere al tribunale di essere reintegrato sul posto di lavoro.
Potrebbe anche richiedere al giudice di condannare il datore di lavoro al pagamento dell’indennità risarcitoria prevista dalla legge, che, nelle aziende più grandi, può arrivare sino a 36 mesi di stipendio.
Infine, il datore di lavoro potrebbe decidere di non licenziare il dipendente che se ne sta a casa dal lavoro più semplicemente per non dargliela vinta o, comunque, per non agevolarlo.
Insomma, non c’è proprio modo di uscirne?
Assenza dal lavoro ingiustificata e dimissioni del lavoratore.
Se il dipendente non si presenta più in azienda senza un valido motivo, magari anche per più settimane o, addirittura, per qualche mese, è chiaro che non vuole più lavorare per il proprio datore di lavoro.
Allora perché non si dimette volontariamente?
La risposta è semplice, se si dimette rischia di perdere fino a 24 mesi di disoccupazione.
Mettiamoci in testa, però, che se il datore di lavoro non lo vuole licenziare, da questa situazione non se ne esce, salvo essere disposti ad aspettare col rischio di rimanere sospesi dal lavoro e dalla retribuzione anche per molto tempo.
Una soluzione potrebbe essere quella di considerare l’assenza dal lavoro ingiustificata come dimissioni implicite del lavoratore.
Ciò corrisponderebbe anche alla volontà di quest’ultimo di non tornare più al lavoro [1].
Tuttavia, parlare di dimissioni implicite nel nostro sistema non é cosa semplice, considerato che sin dal 2015 é stato introdotto l’obbligo per il dipendente di dimettersi formalmente in via telematica [2].
Tale soluzione risulterebbe di difficile attuazione anche per un altro motivo.
Si noti, infatti, che è sempre compito del datore di lavoro provare che il dipendente aveva intenzione di dimettersi, circostanza non facile da dimostrare.
Ricordiamo, inoltre, che l’attuale normativa, pur imponendo al lavoratore di dimettersi solo con un atto esplicito e formale, non esclude che il rapporto di lavoro possa risolversi per fatti concludenti.
Ciò vuol dire, in altre parole, che il rapporto potrebbe considerarsi concluso quando entrambe le parti abbiano dimostrato, con la propria condotta, il loro disinteresse a portalo avanti.
Infine, per andare incontro alle esigenze del datore, costretto a licenziare il lavoratore a causa delle assenze prolungate, i giudici hanno anche accolto la richiesta dell’azienda di porre a carico del dipendente il contributo naspi [3].
Questo importo potrà essere trattenuto sull’ultima busta paga del lavoratore.
In tal modo il datore di lavoro non subisce l’effetto negativo della decisione che è stato costretto a prendere a causa delle assenze ingiustificate del dipendente.
- Cass. civ. n.25583 del 10 ottobre 2019.
- Decreto legislativo n.151 del 14 settembre 2015.
- Tribunale di Udine n.106 del 30 settembre 2020.






