Lavoro

Dimissioni per giusta causa e naspi

Tutti sappiamo che per ottenere l’indennità di disoccupazione naspi occorre consegnare all’Inps una lettera di licenziamento.

Questo perché la disoccupazione spetta solo a chi ha perso involontariamente il posto di lavoro.

Allora, se il dipendente si é dimesso volontariamente non ha diritto a ricevere alcunché dall’istituto, poiché lo stato di disoccupazione dipende da una sua libera scelta.

Ma cosa accade se il lavoratore è costretto a lasciare il posto di lavoro a causa di un comportamento illegittimo del datore di lavoro?

Insomma cosa succede se il nostro capo ci insulta, non ci paga lo stipendio o, addirittura, ci perseguita, così da spingerci alle dimissioni?

É indubbio che anche in questi casi lo stato di disoccupazione non dipende da una nostra scelta, ma da un comportamento del datore che ha reso impossibile, o comunque molto difficile, la prosecuzione del rapporto di lavoro [1].

Ebbene, sin dal 2002, grazie ad una sentenza della Corte costituzionale [2], è stato stabilito che dimissioni per giusta causa e naspi vanno di pari passo.

Quindi, la disoccupazione spetta a tutti i lavoratori che si dimettono per giusta causa, e cioè con effetto immediato, poiché anche in questo caso, come accade per il licenziamento, lo stato di disoccupazione si considera involontario.

Dimissioni per giusta causa e naspi: come e quando.

Anche nei casi di dimissioni per giusta causa, quindi, il lavoratore ha diritto a ricevere la naspi.

Cerchiamo ora di capire quali sono le condotte del datore di lavoro talmente gravi da non consentire la prosecuzione neppure temporanea del rapporto di lavoro e che giustificano le dimissioni immediate del dipendente.

La legge non ci aiuta poiché si limita a dare una definizione generale di giusta causa, senza elencare alcun caso concreto.

Così ci hanno pensato i giudici, individuando una serie di situazioni nelle quali il lavoratore può dimettersi con effetto immediato.

Si consiglia di procedere sempre con cautela, poiché se ci dimettiamo per giusta causa e il giudice non dovesse riconoscerla, l’Inps potrebbe richiedere indietro l’indennità di disoccupazione già versata.

Vediamo ora quali sono i casi che consentono al dipendente di dimettersi per giusta causa.

Dimissioni per giusta causa e naspi: mancato pagamento della retribuzione e dei contributi previdenziali.

Si ritiene comunemente che il mancato pagamento della retribuzione costituisca giusta causa di dimissioni.

Ricordiamo, però, che la condotta del datore di lavoro deve essere grave e, quindi, l’inadempimento deve essere ripetuto nel tempo e non occasionale [3].

Allora, non é sufficiente che l’azienda non abbia corrisposto una sola mensilità, ma occorre qualcosa di più.

Pur non essendoci una regola esatta, si richiede, infatti, il mancato pagamento di almeno due stipendi.

Se, invece, il contratto collettivo di settore prevede la possibilità che il dipendente si dimetta in caso di ritardo nel versamento della retribuzione, quest’ultimo potrà farlo sin dal giorno successivo a quello della scadenza del termine stabilito dal contratto stesso per il pagamento [4].

Si consiglia di non lasciare mai passare troppo tempo dalla scadenza del termine per il pagamento della retribuzione [5] e di attivarsi tempestivamente per recuperare gli stipendi, rivolgendosi ad un avvocato.

In ogni caso non si può parlare di giusta causa di dimissioni se l’azienda è in crisi e i dipendenti sono tutelati grazie all’intervento della cassa integrazione guadagni.

Il lavoratore, infine, può dimettersi con effetto immediato anche se il datore di lavoro non ha provveduto a versare i contributi previdenziali [6].

Ricordiamo, però, che le dimissioni non sono mai giustificate se il dipendente ha tollerato per lungo tempo l’inadempimento del datore di lavoro.

Dimissioni per giusta causa e naspi: molestie sessuali sul luogo di lavoro.

Iniziamo col dire che le molestie sessuali subite dal dipendente sul luogo di lavoro costituiscono giusta causa di dimissioni.

Questa condotta illecita, senz’altro lesiva della personalità e della dignità del dipendente, costituisce anche violazione dell’obbligo del datore di tutelarne la salute psicofisica.

Ricordiamo, infine, che la lesione della salute del dipendente deve essere provata in giudizio da quest’ultimo.

Dimissioni per giusta causa e naspi: mobbing.

Anche il lavoratore che subisce mobbing sul luogo di lavoro può dimettersi per giusta causa.

In altre parole, il dipendente che viene perseguitato dai colleghi (mobbing orizzontale) oppure dai superiori (mobbing verticale) può recedere dal rapporto di lavoro, ricevendo l’indennità di preavviso da parte del datore e accedendo alla naspi.

Si noti, infine, che il lavoratore che si dimette per giusta causa a seguito di episodi di mobbing, non può chiedere di rientrare al lavoro sostenendo che le dimissioni non sono valide.

In questi casi, infatti, potrà solo ottenere il risarcimento del danno provando di aver subito condotte mobbizzanti [7].

Dimissioni per giusta causa e naspi: assegnazione di mansioni inferiori.

L’assegnazione al dipendente di mansioni inferiori (c.d. dequalificazione professionale), ma anche il suo demansionamento, inteso come privazione di tutte le mansioni e non solo di quelle appartenenti ad un livello più basso, costituiscono giusta causa di dimissioni.

Ricordiamo, però, che in alcuni casi adibire il lavoratore a mansioni inferiori non è illegittimo (ad esempio quando è necessario per evitare il licenziamento di quest’ultimo [8]) e, quindi , non può giustificare le dimissioni con effetto immediato.

Dimissioni per giusta causa e naspi: comportamento ingiurioso verso il lavoratore.

Il dipendente può dimettersi per giusta causa se viene insultato dal datore di lavoro oppure da un superiore gerarchico.

Deve, però, trattarsi di una condotta oggettivamente lesiva della dignità del lavoratore, in quanto il datore conserva pur sempre il potere di richiamare ed anche “sgridare” il dipendente che non esegue correttamente il lavoro affidatogli.

Dimissioni per giusta causa e naspi: richiesta di commettere atti illeciti.

Se il datore di lavoro pretende che il dipendente commetta un atto illecito o, comunque, tenga una condotta contraria alla legge, quest’ultimo può dimettersi per giusta causa.

Dimissioni per giusta causa e naspi: trasferimento del lavoratore.

Il lavoratore che viene trasferito senza seri motivi tecnici, organizzativi o produttivi può dimettersi con effetto immediato.

Può farlo anche se viene trasferito a oltre 50 km dalla propria abitazione o presso un’altra sede aziendale che sia raggiungibile, con i mezzi pubblici, in più di 80 minuti.

In quest’ultimo caso il dipendente può opporsi al trasferimento senza perdere il diritto ad ottenere l’indennità sostitutiva del preavviso e la naspi [9].

Dimissioni per giusta causa e naspi: modifica delle condizioni di lavoro.

La legge stabilisce che, quando viene trasferita l’azienda, se le condizioni di lavoro del dipendente cambiano notevolmente, quest’ultimo può dimettersi per giusta causa, entro 3 mesi dal trasferimento [10].

Pensiamo, ad esempio, ai casi in cui a seguito della cessione dell’azienda, il lavoratore venga spostato presso un’altra sede che si trova molto lontana dalla propria abitazione oppure dalla sede presso la quale quest’ultimo lavorava in precedenza.

Dimissioni per giusta causa e naspi: conclusioni.

Il lavoratore non perde il diritto di accedere alla naspi tutte le volte in cui è costretto a dimettersi a causa di una condotta illegittima del datore di lavoro.

L’Inps, però, accoglierà la domanda del dipendente solo se costui si dimette per una delle cause riconosciute dalla giurisprudenza (mancato pagamento della retribuzione o dei contributi, molestie sessuali, mobbing, assegnazione di mansioni inferiori, comportamento ingiurioso verso il lavoratore, richiesta di commettere atti illeciti, trasferimento illegittimo e così via).

Inoltre, la domanda per ottenere la naspi deve essere accompagnata dalla documentazione da cui risulta la volontà del dipendente di far accertare in giudizio il comportamento illegittimo del datore di lavoro, salvo il caso in cui il lavoratore si sia dimesso a causa del mancato pagamento della retribuzione.

Stiamo parlando delle diffide inviate dal sindacato oppure dal legale del dipendente, dei ricorsi, delle sentenze contro il datore di lavoro e di ogni altro documento utile a tal fine.

Il lavoratore deve anche impegnarsi a comunicare all’Inps l’esito della causa avviata contro il datore di lavoro.

Ricordiamo, infine, che se non viene riconosciuta la giusta causa, il dipendente deve restituire tutte le somme ricevute dall’Inps a titolo di indennità di disoccupazione.

  1. Art.2119 codice civile.
  2. Corte cost. n.269 del 24 giugno 2002.
  3. Cass. civ. n.648 del 26 gennaio 1988.
  4. Corte appello Milano n.1713 del 23 ottobre 2017.
  5. Cass. civ. n.6437 del 6 marzo 2020.
  6. Corte appello Milano n.1911 del 15 gennaio 2020.
  7. Cass. civ. n.16153 del 9 giugno 2021.
  8. Cass. civ. n.23698 del 19 novembre 2015.
  9. Circolare Inps n.142 del 29 luglio 2015.
  10. Art.2112 codice civile.